No surprises.

È da una pagina vuota che ricomincio.

Da una pagina bianca e da Nick Drake, che da ieri è tornato a solleticare le mie orecchie.

E a smuovere corde sopite, ma non troppo, di quelle che ogni tanto senti fischiare ma che, no, per carità, non sia mai ascoltarle.

Ma forse ci sta.

Tanto alla fine i pensieri non si fermano mai neanche per un secondo e viaggiano a una velocità talmente supersonica che non riusciresti a fermarli neanche con l’arma più potente del mondo.

A quel punto cosa resta da fare?

Quello che faccio tutte le sere (semicit.): corazzarmi come un Iron Man, ma di quelli dozzinali ché – ahimè – non sono multimilionaria come quel gran figo di Stark.

– Intanto parte in sordina Jeff Buckley e ti trancia di netto il ventricolo a colpi di Hallelujah –

In fondo da quando riesco a farlo (e ce ne è voluto di tempo) mi piace immaginarmi come un cavaliere, un guerriero. Spada alla mano (ché le armi bianche fanno sempre la loro porca figura) e via! Verso non si sa esattamente cosa, ma tanto è inutile pure chiederselo, comunque qualcosa su cui sbattere la faccia la trovi sempre.

È ufficialmente finito da un pezzo il tempo delle principesse e delle donzelle da salvare. Diciamolo, da bambina ti inculcano ‘sta storia della femmina svenevole che si lascia travolgere dagli eventi (e fondamentalmente da stronzi che non hanno di meglio da fare se non rovinargli la vita per il gusto di farlo), lì, passiva, in attesa di questo salvatore – che se almeno avesse la esse maiuscola potrebbe essere un bel tronco siciliano abbronzato e col capello lungo, ma no.

Dentatura perfetta, capelli che neanche quando esci dal salone – perché col tuo solito culo la piega dura si e no cinque minuti causa folate di vento occasionali che aspettano te, lì, al varco per ricordarti che potevi evitare di sputtanare mezzo stipendio in cosedibellezza che tanto sempre camionista resti – insomma, sti principi sono di una noia mortale.

Sono come degli automi col sorriso alla Joker, grandi del fatto che oltre a essere di sesso maschile – e quindi alfa – hanno pure avuto il culo di nascere con tutti gli agi possibili e ballano sui soldi di papà senza avere alcun merito.

Begli esempi, davvero.

Crescendo per fortuna capisci quali siano effettivamente le dimensioni di questa epocale, maledetta frottola.

Certo, è pure vero che non ci arrivi con la delicatezza che ci si aspetterebbe dall’affrontare un trauma del genere.

No, in genere è proprio un mattone sulla faccia, di quelli belli grossi che trovi per terra nei cantieri tutti impolverati e con la superficie puntellata di calcestruzzo misto a detriti, che così la faccia ti si scartavetra per benino.

Un po’ come quando ti svegli all’improvviso la mattina talmente di botto che ti viene uno svarione che neanche quando hai fumato la tua prima canna perché pensi di non aver sentito la sveglia delle sette e invece no, sei solo cogliona. Sono ancora le cinque di mattina, ma hai già avuto un grappolo di infarti che ti hanno accorciato la vita di almeno sei mesi.

– Liliac Wine. Sì, Jeff, capisco il momento di introspezione ma così è un invito non troppo velato a esprimere la mia sensibilità. Non c’è motivo. –

Dicevamo, ah sì. Infarti multipli, traumi, cose.

La scoperta che ti stravolge la vita, generalmente in piena adolescenza e/o nell’immediato post, quando cioè sei un sacco ambulante di ormoni che schiaffeggiano neuroni, faccia, ovaie, TUTTO.

Quindi la prendi bene, sì. Prendi benissimo il fatto di aver ascoltato solo stronzate e di essere cresciuta con un’ideale di uomo che tendenzialmente non esiste nemmeno se te lo fabbrichi in laboratoriro.

E non solo di uomo, sia chiaro. Proprio di persone.

Parlo di uomini perché è a causa loro che cominci ad accumulare esperienze molto positive e molto negative che ti destabilizzano, non solo facendo crollare le tue sciocche certezze di ragazzina – povera ingenua – ma anche le certezze che ti creano e che poi ti fanno in mille pezzi, per poi ricrearle e ripolverizzarle. Insomma, che bel cerchio della vita demmerda.

E passano altri giorni, settimane, mesi, anni, secoli. No vabè, magari secoli no che poi entrano in gioco problemi di decomposizione ed è un casino truccarsi la mattina e coprire le piaghe col correttore.

Diciamo che dopo svariati anni, chi più e chi meno, arrivi alla scoperta definitiva. La liberazione.

Non ti serve nessuno per essere felice. Né per essere triste.

E che la vera, tangibile estasi arriva quando ti accorgi di essere abbastanza per te stessa.

Che non devi spiegazioni.

Realizzi che esisti in quanto te, punto.

E te ne accorgi perché inspiegabilmente non cammini più china con tonnellate di sensi di colpa nei confronti di chiunque e qualunque cosa sulle spalle, non arranchi su una maledetta salita ripida, non devi trascinarti dietro il peso morto di altri.

Tutto in discesa, leggera, agile, sorridi.

E ricominci a scrivere.

– No Surprises. Grazie, Thom. –